Secondo Viaggio in Guinea Bissau di Silvia Pavan
Quando torniamo in un luogo vorremo che tutto fosse sempre uguale. Vorremo che la donna che ci vendeva la frutta all’angolo della strada fosse sempre lì, che i bambini con cui avevamo giocato fossero ancora piccini, che l’animale a cui avevamo dato del cibo ci aspettasse, che nulla del paesaggio tanto amato fosse diverso. Fatichiamo ad accettare che ogni cosa muta, che noi stessi non siamo mai uguali a ciò che eravamo un attimo fa.
Eccola Bissau, ancora le sue strade, la sua polvere rossa, la sua gente. E’ trascorso un anno e lei lo sa e si vanta dei suoi cambiamenti, mentre io ricomincio a conoscerla.
L’impatto è forte. Scendendo dall’aereo il caldo e la luce mi investono completamente. Carina mi corre incontro emozionata ed abbracciandola mi rendo conto che quella bimba timida ed introversa che ho incontrato un anno fa, sta muovendo grandi passi.
Il toka toka ci aspetta all’ingresso dell’aeroporto, ci porterà a spasso per la Guinea. Lo carichiamo con le nostre borse piene di quaderni, penne, matite e colori che abbiamo portato per i bambini della scuola di Jugudul. Sono 450 ed il materiale raccolto servirà giusto per far spuntare un sorriso sui loro volti.
Sbirciando dal finestrino scorgo che in periferia si sta costruendo molto, la città si espande verso la savana. Già perché Bissau ha un centro in cui si trovano le abitazioni più antiche, quelle che erano di proprietà dei portoghesi prima della guerra d’indipendenza, poi degrada nei suoi quartieri che sono un mix di commerci e di case africane, ma appena al di là, al temine di quelle case l’orizzonte diventa infinito, lo spazio si dilata e compare la savana. Mi è capitato di raggiungere i margini della città e fa davvero impressione osservare la capitale, con i suoi rumori, la gente con le proprie attività, i propri problemi, i propri sogni, e di fronte ad essa il silenzio, il lento muoversi delle mandrie sorvegliate da giovani pastori, la lenta crescita del riso, degli anacardi, della verde insalata coltivata da snelle fanciulle, il maturare della frutta sugli alberi, la savana ad osservare il cicalio dell’uomo.
Infondo Bissau è solo l’altra faccia di una medaglia. Da un lato la tradizione, i villaggi integrati in una natura incontaminata, la fatica ma anche la dignità di una vita spartana, dall’altro il cambiamento e la città con i suoi commerci ed il suo smog, la sua spazzatura.
Il toka toka svolta verso casa di Dionisio. Andiamo a salutare gli amici. Volti scolpiti nella memoria riaffiorano per abbracciarmi, mentre i bambini festeggiano l’arrivo di 7 branchi a Bissau e subito ci coinvolgono con i loro sorrisi. L’Africa tocca corde inesplorate in chi la incontra per la prima volta e le stesse corde vengono pizzicate in chi ci ritorna. L’armonia prodotta è fatta di note in grado di lenire gli spiriti e di rassicurarli sul proprio cammino.
Con i bimbi cantiamo, “Tutti giù per terra!”. E’ il gioco da fare quando scende il sole e la calura lascia spazio alla timida frescura serale. Non te le scordi più quelle mani unite, mani chiare, mani scure che si tengono l’una all’altra per giocare ad un girotondo che è unione tra nord e sud del mondo, o semplicemente tra anime che di colori tra loro non parlano.
Lungo la strada che conduce all’abitazione dove soggiorniamo, ci fermiamo ad acquistare l’acqua.
L’Africa e l’acqua. Un binomio riguardo cui si sono spese fiumi di parole. Ma senz’acqua non ci sono parole.
L’acqua per me è collegata ad immagini. I bambini e i loro secchi da riempire, le donne che pazientemente attendono il loro turno alle fonti, le notti ed il rumore dei rubinetti quando finalmente sta arrivando, la faccia di un europeo che ha acquistato un pozzo statale, una mamma che lava il suo neonato. Ho tirato su l’acqua dal pozzo. Si fa fatica a tirare su l’acqua dal pozzo. I bambini lo fanno ridendo, ma non è facile. Si fa scendere pian piano la corda con il secchio vuoto, si aspetta che si riempia ed infine si tira su lentamente il secchio con l’acqua. Venti metri di salita se il pozzo non è profondo, un secchio dopo l’altro sino a riempire i bidoni di raccolta.
Ci vuole tempo, almeno quaranta minuti per riempire un bidone. Ogni giorno la stessa pazienza e la stessa fatica.
Mentre carichiamo le casse con le bottiglie scaltri bimbi ci circondano tenendo tra le mani una timida tartaruga con un foro sul carapace. Stupita chiedo il suo costo e loro me la offrono a 1000fcr, un euro e mezzo. Lei mi guarda e per un po’non so che fare perché anche se la compero e la libero può venire ricatturata, oppure ne cattureranno un’altra. Rimango perplessa ad osservare la scena e poi scuotendo la testa mi allontano.
I giorni scorrono frenetici tra i mille impegni. Con il Toka Toka raggiungiamo la clinica pediatrica Bôr. I bambini corrono tra le mura dell’ospedale, chi sta male si mescola a chi ha una vita da scoprire. La clinica è in piena attività, al triage numerosi pazienti attendono il loro turno. Incontriamo Augusto Bedonga, un pediatra che ha un dolce modo di parlare con i bimbi, soprattutto con quelli che non vogliono andare dal dottore e si nascondono con le lacrime dietro il lungo abito della mamma. Quando loro piangono lui finge di spaventarsi e di gridare più forte, così tra i singhiozzi spunta un timido sorriso.
In clinica Bôr si fa anche medicina naturale. Flaviano Jose Nunes, farmacista dell’ospedale, mi mostra un piccolo terreno dove coltiva le piante medicinali e parlare con lui ti fa sperare che la medicina tradizionale possa integrarsi con successo a quella naturale.
Passeggiando nel cortile scopro divertita che hanno dedicato uno spazio alle tartarughe. Un’area tutta loro dove chi attende di essere visitato può restare ad osservarle. Perché la tartaruga è un animale che insegna, queste poi che sono sia terrestri sia d’acqua, assomigliano alla loro Africa. Sono scaltre, si muovono in tutti gli ambienti, proprio come gli africani che si adattano a ciò che hanno.
Nulla accade per caso e così nel nostro cammino incontriamo persone che ci possono aiutare e che ci raccontano la storia di questo paese, che se non si conosce la storia del paese dove ci si trova difficilmente si potrà comprendere la realtà in cui ci si immerge.
La storia della Guinea è fatta di guerre e di tregue. Il padre di questa nazione si chiama Amilcar Cabral. E’un rivoluzionario che ha capeggiato la guerra d’indipendenza. Di lui tutti vogliono parlare, lo citano, lo nominano per sottolineare cosa rappresenta per ciascuno di loro. I giovani portano con orgoglio le maglie con la sua foto. E’come se cercassero di ricordarsi o volessero dimostrare che non ci si può e non si deve dimenticare che solo con grandi ideali si cambiano le cose.
“Quando la gente è povera non si tratta di politica del cuore ma dello stomaco”, ci racconta Mário Cabral, ex Ministro ed attuale presidente del consiglio di coordinazione di Guinéaspora (Associazione che si occupa dei guineani che vivono all’estero). E ancora, “la pace non si crea con i decreti ma con lo spirito e la mente degli uomini”, dice guardando in faccia l’amico Tchico Ba con il quale condivide un passato di lotte e mille ricordi.
Naturalmente in Guinea i segni della guerra sono ancora tangibili. Bissau è ferita nelle strade, nei palazzi, alcuni dei quali sono lasciati volutamente in rovina a ricordo di ciò che può tornare, come uno spettro di cui sia necessaria la presenza, che a volte dimenticare, è facile. La città sembra paralizzata, sembra non trovare l’energia per ricominciare, quasi che ricominciare sia inutile che tanto prima o poi l’uomo torna a distruggere tutto. L’indolenza della capitale colpisce, ma d’altronde noi che la osserviamo non abbiamo vissuto le sofferenze dei suoi cittadini, non abbiamo visto gli sguardi delle donne stuprate o il coraggio di un padre che cerca un figlio tra i morti della città.
A volte mi chiedo chi sogna ancora, che ci vuole forza per sognare. Forse i bambini, gli studenti, i rivoluzionari, i poeti, i musicisti, gli attori, i pittori?
Ma chi sono oggi i rivoluzionari? E i poeti?
La poesia è nei colori degli orizzonti africani, nell’armonia di un vecchio che racconta le sue fiabe di fronte ad un fuoco, nella musica che a volte descrive e a volte è protesta. In Guinea devi avere orecchie attente per ascoltare le idee della gente, le loro storie te le raccontano musicandole e chi canta apre le braccia e con la sua voce esprime il sogno del suo popolo. O se sei fortunato ti imbatti in una commedia che rappresenta una realtà che con arguzia viene sdrammatizzata.
Il nome della nostra Associazione piace e così farci conoscere diventa più facile, che anche un nome può rendere più facili le cose. Incontriamo anche Adja Satù Camará Pinto, Viceministro del Parlamento e presidente dell’ONG “Fundação Guineense das Mulheres Solidárias com as Vitimas do HIV-SIDA”. Lei è una guaritrice e le sue piante sono un’efficace terapia per molte patologie. E’ bello parlare con lei nella sua abitazione che condivide con molti bimbi orfani. C’è molto da fare in quella casa ma c’è anche molta allegria.
Nei momenti liberi mi piace gironzolare per le strade, fermarmi a parlare con la gente, sbirciare tra le novità del mercatino. Mi diverte conoscere i commercianti e scoprire le loro giornate tra i banchi di collanine e di abiti colorati. Mentre chiacchieriamo Camail, anziano venditore dagli occhi buoni, mi regala un portachiavi a forma di tartaruga. E’marina mi dice, “le tartarughe marine sono delicate e misteriose, volano nel mare. Vanno protette.” Purtroppo, nonostante le campagne di sensibilizzazione, anche in Guinea le tartarughe marine stanno scomparendo, ed infondo che qualcuno le consideri “sacre” è un segno positivo. Verso l’imbrunire ho preso l’abitudine di andare a vedere gli allenamenti di basket. Il campo è all’aperto, dei due canestri uno è sano, l’altro pende in modo anomalo, ma si gioca ugualmente. In lontananza il campo da calcio con un centinaio di persone ad allenarsi. Seduta sugli spalti vengo circondata dai ragazzini, quando ti incontrano la prima cosa che ti domandano è se tornerai lì a parlare con loro, a stare con loro.
Serghei e Aida mi chiedono se possono essere miei amici, si siedono accanto a me e sfiorano i miei braccialetti di perline. Discutiamo di sport che Serghey gioca a volleyball e fa judo, mentre Aida gioca a tennis. Lo sport come la musica, la danza e la poesia, crea dei legami tra chi ne percepisce la bellezza, anche se è un semplice spettatore o un lettore. E’la ricerca della perfezione che li accomuna, il movimento perfetto, il suono armonico, il verso che racconta l’essenziale. E la ricerca è un lento cammino che passa attraverso ore sul parquet a ripetere gli stessi gesti, le stesse note, a cancellare righe, sudando, crescendo e ridendo con i compagni di squadra o con se stessi. Un ragazzo poco distante da noi fa ruotare la palla su un dito, mentre con la luna ad illuminare il campo i suoi compagni proseguono l’allenamento. Quando me ne vado quella palla continua a ruotare.
Numerose volte il Toka Toka ci ha portati a Jugudul. Oggi a scuola hanno organizzato una festa per noi. Gli insegnanti e gli abitanti del villaggio si alternano e ci raccontano i problemi che affrontano nell’educare i ragazzi ed esprimono la loro soddisfazione per il nostro progetto. “I bambini sono il futuro di una terra. Una terra senza bambini non ha futuro. Per arrivare qui noi tutti abbiamo fatto un lungo cammino, e una volta il cammino si faceva a piedi scalzi ma ora per fortuna, si usano le scarpe. I bambini hanno una possibilità grazie alla vostra Associazione. Possono studiare. Che anche per scrivere con il telefonino bisogna saper scrivere.”
Le loro parole ci rasserenano e questa giornata diventa un’occasione per ricordare che chi studia impara, cresce, ha un opportunità. Poi ecco i fanciulli, 450 alunni che ci emozionano cantando il loro Inno Nazionale, un’unica voce che ci racconta le loro speranze. Il motivo per cui siamo qui.
Li ho osservati i bimbi nel mio mese di permanenza, ho guardato i loro compiti, ho notato che c’è chi non fa errori e chi invece non supera le prove. C’è chi ama disegnare, chi preferisce la matematica, chi contempla malinconico l’uscio della classe.
Mi siedo tra loro e prendo appunti, occhioni bianchi e neri osservano attenti la mia penna e ciò che scrivo. Prima timidamente, poi con allegria, iniziano a riempire pagine del mio diario con i loro nomi, con le loro parole. Mi chiedono di scrivere il nome delle cose in italiano e loro lo traducono, quaderno “caderno”, penna “caneta”, libro “ livro”.
Guardano curiosi il mio quaderno bianco e mi mostrano il loro a righe o a quadretti. Io non ho mai amato le righe. Mi stanno strette. Sono una costrizione. Il foglio bianco invece mi da fiducia. Ci posso mettere ciò che voglio, un fiore, delle parole, il racconto di un sorriso, la storia di una bimba dallo sguardo triste e dal vestito blu ed arancio tempestato di piccole stelline di strass.
Una bimba con una veste che brilla ed un sorriso spento che muore prima ancora di arrivare sulle labbra. Le faccio una foto ed esco lasciandole la mia penna.
Questa mattina mi sono alzata alle sei per camminare verso la fonte d’acqua. E’ l’alba ed io mi trovo ad attendere che la luce del sole sorga tra l’erba della savana. In lontananza un uomo canta una melodia dolce e triste, esprime il desiderio che anche se le cose sino ad ora sono andate male possano improvvisamente migliorare.
E’ arrivato il vento. Le tartarughe sono vicine alla terra ed il loro passo non è intaccato dal vento. La terra rossa si alza e rende sfocata l’immagine di un paese in cui accade tutto ed il contrario di tutto. Un paese che vive delle proprie contraddizioni. Come i sabati mattina di Bissau quando la strada principale si divide a metà. Metà per le macchine che continuano il loro via vai, metà per i pedoni che possono allenarsi per le maratone. Un fiume di persone che corre accanto ad un fiume di vetture che rilasciano nell’aria il loro micidiale smog.
Le farfalle continuano il loro volo anche se il vento un po’ le disturba. E a terra le tartarughe si muovono verso l’acqua. Proseguo il mio cammino, alle mie spalle il canto della savana è una grande voce che chiede all’Africa di risvegliarsi. Tirerai fuori la testa dal carapace Africa mia?